Antigruppo Antigruppo Antigruppo da Trapani Nuova

Moda e costumi mutano, ma le nostre azioni diventano eventi sto­rici. Così è per l’Antigruppo e le azioni e le opere di alcuni poeti e scrittori della Sicilia occidentale.

L’ambiente nel quale egli agisce e si muove; ambiente geologicamente formato e perciò montano, collina­re, di pianura, di città, di campa­gna e ambiente sociale che rispec­chia perciò il linguaggio delle per­sone con cui si parla giornalmente.

Questa mia tesi non vuole esse­re soltanto una sfida alle correnti letterarie nazionali, ma un rifiuto di imitarle e di esserne condiziona­to; vuole esprimere anche una con­sapevolezza della propria impor­tanza, una fiducia nell’io e nell’ ambiente immediato di questo io, una certezza che colui che apre boc­ca qui, tra Xitta e Paceco, espri­mendo il proprio accento e le pro­prie inflessioni di voce e i propri pensieri non è da meno di uno che passeggia per il corso di Milano o che se ne sta seduto dentro le mu­ra di un grattacielo dietro una ele­gante scrivania dell’ufficio di una grande casa editrice. A questo pun­to qualcuno può intervenire e dire che questo mio discorso, invece di esprimere coraggio o un principio ideologico e letterario, sia dettato dall’incapacità mia e quella degli altri dell’Antigruppo di ottenere palcoscenici più vasti di quelli lo­cali; ammettiamolo pure, ma io af­fermo che si tratta anche di una ferma volontà di non sottometter­ci a nessun redattore capo di qual­che grande casa editrice e, portan­do il mio solito esempio, menziono Sanguineti.

L’estate scorsa sono stato invitato a Castellam­mare, Trapani, ad una conferenza tenuta da un pro­fessore per la casa editrice Einaudi; l’oratore ci avrebbe edotti sui nuovi orientamenti di quella casa Editrice. Mi accorsi che il professore (qui non è im­portante riportarne il nome), ripetendo fedelmente quello che Sanguineti gli aveva dettato, annunziava al pubblico che, da quel momento in poi, qualsiasi testo letterario prima di venire pubblicato dall’Einaudi avrebbe dovuto ottenere l’avallo di un uomo solo e cioè dì Sanguineti. Il fatto che questo discorso ve­nisse tenuto nella provincia di Trapani e non a Pa­lermo o in qualsiasi altra città della Sicilia mi sem­brò alquanto significativo e mi diede l’impressione che Sanguinetti avesse voluto dire all’Antigruppo di Trapani: ’’Questa è la realtà delle cose ed è meglio che lo comprendiate subito. Voi siete soltanto dei pigmei sconfitti prima ancora di cominciare. Io con­trollo l’Einaudi; e Balestrini e gli altri del gruppo 63 influenzano il resto delle case editrici, ricordatelo”. E qua mi viene in mente il mio incontro con Roberto Di Marco che a Palermo, in occasione di una mostra d’arte di avanguardia, fa: ’’Scammacca, ti presento il Dott. Tizio, direttore generale della casa editrice Lerici”. ’’Roberto, si tratta di un medico?”. ’’Macché medico!”. “ E allora, perché tu che sei anarchico lo chiami dottore?”. E’ un piccolo episodio che mostra l’involuzione di certi elementi della avanguar­dia che, pur professandosi arrabbiati sostenitori del­le libertà e della protesta dei giovani, s’inginocchiano davanti alle grandi case editrici. È questo perché? Perché hanno paura di offendere i grossi e di rima­nere isolati e ignorati, perché vogliono far parte del sistema e dell’establishment. Sostenendo perciò che le nostre azioni sono eventi storici, io ripeto che noi dell’Antigruppo, liberi dall’influenza di coloro che reggono le sorti delle grandi case editrici, noi scrit­tori e poeti non strumentalizzati diciamo di essere contrari alla loro scelta di testi, contrari alla loro politica letteraria commerciale, al loro pesante con­dizionamento di ogni attività letteraria e siamo con­tenti dei nostri testi ciclostilati, dei poveri editori locali, del nostro pubblico di piazza. Se cercassimo invece di assecondare questi capigruppo, ad un certo punto, ci troveremmo svuotati di ogni contenuto im­pegnato e saremmo costretti a scrivere e pensare co­me vogliono loro per scoprire, in ultimo, che i nostri testi, contro gli scopi che ci eravamo prefissi, vengo­no strumentalizzati dall’establishment. Noi della lon­tana Sicilia dobbiamo continuare a scrivere per quel­lo che siamo, perché solo così possiamo esprimere la mentalità di queste parti, meno forbita di quella del Nord, se volete, ma sempre nostra. Queste dunque le mie premesse che fanno tentennare quegli scrittori che aspirano a conquistare la fiducia di qualche gros­sa casa editrice, o che fanno spaventare chi non è abituato a schierarsi contro l’ordine delle cose pre­costituite. Con quale coraggio, dice qualcuno, l’Antigruppo parla contro Pignotti, Sanguineti, Balestri­ni? Essi sono gli arrivati, i riconosciuti, coloro che hanno in mano alcuni dei principali mezzi di diffu­sione. Ebbene sì, noi ci schieriamo contro loro perché essi si sono chiusi in una torre eliotiana d’im­personalità tecnologica e parlano solo per l’élite or­ganizzate in piccoli gruppi, mentre la maggioranza del pubblico che li ascolta non li capisce. Hanno voluto dimenticare i valori per cui ci si può chiamare scrittori e poeti. La comprensibilità prima di ogni cosa. E questo principio vale e possiamo testimoniar­lo noi dell’Antigruppo che siamo scesi in piazza con le nostre poesie ciclostilate, che nelle piazze dei pae­sini abbiamo avuto un folto pubblico che a volte si è commosso, che altre volte ha disapprovato, che si è sdegnato come il signorotto all’angolo della piazza che sorbiva il caffè o la signora bene che, godendo l’ultimo tepore di una sera, si è scandalizzata alle poesie di protesta di Cane, lette o gridate, come vo­lete, da un palco al centro della piazza. E così ad Ustica, ad Aliminusa, a Mazara, a Paceco, sulla stra­da di Palermo dove esponevano i giovani pittori, alla veglia del cantiere navale. E con Cane il sottoscritto, Diecidue, Terminelli, Certa, Cali, Apolloni, Buttitta e tanti altri. Per ben undici volte siamo stati a re­citare insieme le nostre poesie di protesta. Adesso Cane protesta perché non si sente uno dell’Antigrup­po ed io l’ammiro perché ripeto ancora che Antigrup­po significa continua ribellione e allora capisco per­fettamente che il discorso di Cane può essere diverso dai miei ventun punti e dai principi degli altri di questo malvisto Antigruppo; non è necessario che un poeta Antigruppo sia d’accordo con i principi di un altro, basta che sia contro coloro che detengono il potere e contro lo status quo. È l’atteggiamento di critica che conta.

Tempo fa incontrai Gaetano Testa nella libreria Flaccovio – io ho niente da perdere. Io come Cane e Terminelli, sono un isolato e isolato voglio restare. Del resto avete trascurato anche Cane non vi pare? Cosa avete fatto tu e Davico Bonino per Cane?”. ’’

Cane è sempre mio amico, ma … Tu Scammacca se riuscirai a scrol­larti Terminelli d’addosso avrai tanto da guadagnare, te lo assicuro io ..Dividi et impera, ecco il metodo di Testa che con le sue ultime parole lancia ancora quella vaga promessa che io potrei raccogliere pen­sa lui. Ma sono Antigruppo e non raccolgo niente anche se Testa fosse in grado di promettermi la re­dazione di una casa editrice quale la Lerici o la Einaudi. Non starò dietro a nessuno perché non voglio che i miei scritti vengano censurati da un Miccini o da un Davico Bonino, così come è successo per quelli di Cane. ”11 punto di partenza di Cane”, scrive Da­vico, redattore capo di una collana di poesie per la casa Einaudi, ”e dei suoi occasionali compagni di strada è lo stesso e risiede nella convinzione sbaglia­ta che la letteratura sia espressione passionale”. A chi si riferiva parlando di compagni occasionali? Si­curamente ai poeti che sono scesi in piazza con lui; io e Terminelli. Ricordo che una volta Cane mi mo­strò delle sue poesie, pronte per essere pubblicate, sulle quali Davico aveva lavorato tagliando (o meglio dire censurando) in modo da poter scrivere poi su Presenza Sud: ”La cautela in Cane di riferimenti a situazioni private o di fatto, in nome di una diver­sa cronaca tutta celata tra le righe ecc…” ma a mio parere non si tratta di cautela da parte di Cane, ma di Davico Bonino, il quale stabilisce quello che si può o non si può dire se si aspira ad ottenere una pub­blicazione con la casa Einaudi. Ma quello che Davico Bonino dimentica è che Cane è un uomo enorme, ricco di un oceano di passioni e di fatti e che, anche a volerlo tagliare a metà egli sarà sempre due volte più grande dello stesso Davico Bonino.

Adesso a Palermo alcuni scrittori sono arrabbia­tissimi e si chiedono come ha potuto quel critico di Firenze includere Scammacca tra i migliori scrittori siciliani e giù discussioni contro questo Scammacca che con l’Antigruppo è riuscito a muovere le acque della provincia. La rabbia cresce e le lamentele giun­gono fino a Cane. I suoi amici d’avanguardia capi­scono quanto essenziale sia una sua scelta in questo momento, che scappi loro di mano la si­tuazione letteraria di questa parte . Sanguinetti indignato respinge e rimanda a Terminelli ”il foglietto” sul quale settimanalmente si pubblicano gli scritti dell’Antigruppo; evidentemente non vuol riconoscere il fatto che anche in provincia esiste una voce letteraria nuova che non sia eco del gruppo 63 o tantomeno una espressione tradizionalista, fa­cile bersaglio al tiro a segno. Si arrabbia anche perché in questo ’foglietto’ (vedi Trapani Nuova I Due Io Terza puntata) io lo chiamo un scrittore di destra. Ma come può essere considerato altrimenti uno che fa sentire il suo braccio di ferro sugli altri? Uno che nelle vesti di capogruppo e di redattore Capo è spa­ventato dalla enunciazione dei ventun punti che implicano una continua rivoluzione contro chi de­tiene il potere? E Miccini è da meno? Miccini che vuol trasformare il modo di scrivere di Apolloni pri­ma di pubblicargli una poesia sulla rivista da lui diretta? La verità sta nel fatto che la rabbia e la ribellione fanno paura a chi vuole imporsi per forza. Prendiamo ad esempio il caso capitato a me e a Ca­ne quando Francesco Carbone chiese il nostro aiuto di scrittori per dare vita ad una rivista in collabo- razione con alcuni pittori e scrittori di Palermo di­sposti per amore dell’arte a versare ogni mese una modesta somma sia per la pubblicazione della rivi­sta Presenza Sud e sia per sostenere le spese di una redazione. Ma dopo i primi incontri e le prime spese, egli si accorse che il duo Cane Scammacca non fa­ceva lo stesso discorso del suo gruppo 70 perché si esprimeva con chiarezza e con rabbia tanto da non andare a genio non solo allo stesso Carbone ma an­che a quelli che stavano dietro di lui, non escluso il suo partito democristiano e qualche capogruppo di sua conoscenza. Cane che aveva avuto l’incarico di redattore capo della parte letteraria di Presenza Sud, voleva approfittarne per pubblicare il ’’Mutamento” (pubblicato poi sulla terza pagina di questo giornale), ma il ’’Mutamento” parlava chiaro e col gruppo 70 niente deve essere chiaro; Così Cane riesce a pubbli­care in Presenza Sud soltanto qualche sua poesia e solo perché la prefazione gli viene fatta da Davico Bonino. Se Carbone si ricorda, lo scopo di dare vita a una rivista era dettato dal principio di accogliere tutte le correnti letterarie esistenti nella Sicilia oc­cidentale e non i vari Argan, Dorfles, Bonito Oliva che non hanno niente in comune con la Sicilia e che perciò esprimono un punto di vista letterario di altre parti del mondo. Ed ecco che rifiutando lo scritto impegnato di Cane, Carbone viene meno all’accordo preso. Ma Carbone odia i poeti e ancora peggio li disprezza; come poteva, dunque, accettare uno Scam­macca o un Cane? Egli infatti ammette e lo scrive sulla rivista Presenza Sud da lui ora controllata to­talmente che: ”la poesia cessa di essere un fatto per­sonale e a maggior ragione essa non potrà più eserci­tare alcuna azione per cambiare gli esseri umani e la società nel suo insieme. Il poeta resta un residuo romantico ecc…” Avrebbe anche potuto aggiungere che l’arte in genere è tutta un residuo romantico e che oggi è permessa solo la tecnologia che trasforma l’uomo in un robot a servizio del mondo industriale. Carbone si fa anche sopraffare da Testa, il quale parlando di me dice: ”0 me o lui”. Cane sbraita, gri­da, brontola sempre meno e poi eccotelo di nuovo dietro a loro perché spera, e ci spera da diversi an­ni, di ottenere una pubblicazione con la Einaudi con l’aiuto di Bonino. Ma io so che con quella casa edi­trice egli non pubblicherà mai niente di mio.

Nat Scammacca